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Sign for Ricostituiamo il 4 Novembre festa nazionale



Le passioni più belle, sentite,
vissute, sono quelle che potenzialmente
possono fare più male, ma ti danno
la forza di stringere i denti, sopportare,
andare avanti,superare...
daje Gabriè!!!

"Colui il quale canta al dio
un canto di speranza,
vedrà compiersi il suo voto". 

                               Eschilo d'Eleusi 










...Ma quanto manca??

St. Patrick's Day countdown banner

Dottore - noncurante










Le Legioni romane marciano ancora per il
mondo alla riconquista dell'Impero!



Irish Style!






Lo sport che vorremmo....



ADERISCI ALLA CAMPAGNA

- STEWARD + HOSTESS!


A MODO NOSTRO





Nessuno ci priverà mai della voglia e della spregiudicatezza di vivere
la vita e le nostre passioni fino in fondo, come piace a noi,
 
A Modo Nostro!






ORGOGLIO...





I POLITICI SI ADEGUANO CON UNA CERTA FACILITà ALLE MODE...






La Strage non è fascista!

Verità per l'Italia e per le vittime della strage di Bologna

www.loradellaverita.org


Ciao Davide...







Viva la SANA, vecchia e cara Europa!!!





17 settembre 2008

Fini e la parte sbagliata

Dopo un attimo di iniziale smarrimento si è capito cosa intendeva il presidente della camera parlando della 'parte sbagliata': si riferiva al 'posto' sbagliato dove immergersi, come nel caso della sua gitarella con pompieri al seguito, all'isola di Giannutri...mannaggia presidente, sei antifascista ma un pò birichino...




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16 settembre 2008

Alitalia, quello che altre forze politiche non dicono...

...divise tra chi attacca i lavoratori, chi i sindacati autonomi, chi attacca tutti sperando nel fallimento, esercitandosi nella caccia ai presunti privilegi in uno degli sport preferiti dagli italiani, quello di denunciare i vantaggi altrui nascondendo i propri. Nessuno ricorda che Alitalia non crolla oggi, ma lentamente, in anni di gestioni fallimentari e clientelari, di continue marchette. Alitalia che licenzia, prepensiona, ma che continua ad assumere; Alitalia che regala pubblicità ovunque, anche sulla meno letta delle riviste politiche, tutte, da destra a sinistra; Alitalia che paga milioni di euro ogni anno a praticamente tutte le società di consulenza e revisione, che stilano piani industriali fallimentari, mortificando o perlomeno neanche valutando il proprio personale. Alla fine anche la più stakanovista delle puttane, a forza di fare marchette si spompa...

Merito a Casapound per l'iniziativa.

                   

Questa mattina, Lunedi 15 settembre, in 40 città italiane, militanti di CASAPOUND ITALIA hanno riempito le principali fontane di bottiglie contenenti messaggi di aiuto. Messaggi di aiuto delle vittime dell'affondamento di Alitalia: i lavoratori che rischiano il licenziamento e le loro famiglie. La colpa della situazione di sfacelo della compagnia di bandiera è da attribuirsi esclusivamente alla politica e alla gestione clientelare di Alitalia. Alcuni dipendenti hanno avuto sì privilegi, ma non saranno di certo questi a pagare. Ad essere licenziati saranno come sempre i più vulnerabili e chi non ha “santi in paradiso”. Ma in tutto il paese si propaganda l'idea che la colpa sia dei dipendenti. Per mettere contro lavoratore e lavoratore, padri di famiglia contro padri di famiglia. Nessuno fra i dirigenti pubblici con stipendi da sei zeri che negli anni hanno contribuito al fallimento della compagnia pagherà mai. Nessun politico verrà colpito per aver usato Alitalia come “cosa propria”. Perché il progetto è sempre lo stesso: distruggere l'impresa pubblica per poi svendere ai soliti privati del capitalismo straccione italiano. Un film già visto che ha portato l'Italia a non avere più il controllo di telecomunicazioni e autostrade e che rivedremo ancora, quando si tratterà di svendere ferrovie e sanità pubblica. Invitiamo gli italiani ad aprire gli occhi e a solidarizzare con i lavoratori Alitalia che vivono in questi giorni ore drammatiche. Li invitiamo a riflettere su una nazione che non ha più una sua compagnia di bandiera e che ha perso il ruolo conquistato con gli immensi sacrifici degli italiani che ci hanno preceduto.

Gianluca Iannone
www.casapound.org




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12 agosto 2008

Irlanda del nord: Una causa dimenticata (O Svenduta?) da molti

 

Interessante  e sentito articolo di Francesco Torselli sulla situazione attuale in Irlanda del Nord


 

La prima volta che sono stato in Irlanda del Nord risale precisamente a 10 anni fa. Era il 1998 e da un anno e qualche mese erano stati siglati i cosiddetti "accordi di Stormont" o del "venerdì santo". Pochi giorni prima del mio arrivo in Irlanda invece, era andato in scena quello che, di fatto, sarebbe stato l'ultimo attentato dell'IRA, compiutosi in un centro commerciale di Omagh e trasformatosi in tragedia, poichè la consueta evacuazione disposta dai guerriglieri irlandesi (l'IRA ha da sempre avvertito, pochi minuti prima dello scoppio di una bomba, in maniera tale da poter arrecare danni alle strutture britanniche, ma al tempo stesso in maniera da dare il tempo alle persone all'interno di mettersi in salvo) non era andata a buon fine. Le vittime dell'assurdo attentato erano peraltro quasi tutti studenti spagnoli in vacanza nell'isola. I motivi per cui l'evacuazione del centro commerciale non fosse avvenuta restavano un mistero. Qualcuno parlò di errata sincronizzazione tra chi avrebbe dovuto avvertire le autorità nordirlandesi e chi avrebbe invece dovuto piazzare l'esplosivo; qualcun'altro parlò invece di scarsa esperienza di colui che era alla guida dell'autobomba, il quale, impauritosi, avrebbe lasciato l'auto parcheggiata sotto al centro commerciale anzichè arrivare fino alla destinazione prefissata. Fatto sta che quest'attentato rischiò non poco di minare l'esito degli accordi presi soltanto un anno prima a Stormont, al cospetto del premier inglese Tony Blair, promotore dell'iniziativa.

I firmatari di parte irlandese dei trattati di pace dell'anno precedente (ovvero lo Sinn Féin di Gerry Adams) corsero subito ai microfoni per prendere le distanze dalla bomba di Omagh, imputata immediatamente ad una presunta ala intransigente dell'IRA, contraria agli accordi di pace di Stormont. Quest'ala, contraria alla pace e quindi tacciata di "terrorismo" dagli stessi uomini dello Sinn Féin, nonostante che per un secolo circa essi stessi si erano dovuti scontrare con questo vocabolo e con chi spesso e volentieri cercava di cucirglielo addosso.

La prima cosa che appresi, non appena entrato in Irlanda del Nord fu proprio questa. Lo Sinn Féin non era mai stato un partito filo-terrorista, ma semmai filo-guerrigliero (gli uomini dell'IRA guai a definirli terroristi!), in ogni caso adesso aveva fatto una scelta di dialogo ed assieme agli unionisti stava avviandosi ad accettare un processo che avrebbe finalmente portato la pace in Irlanda del Nord. Chi continuava invece a parlare di indipendenza e di autodeterminazione del nord Irlanda, rifiutando gli accordi firmati dallo Sinn Féin non era invece più un "guerrigliero", ma adesso diventava a tutti gli effetti un "terrorista". Un concetto che lì per lì stentai a capire, ma che accettai di buon grado convinto, allora come oggi, che le guerre non possono durare all'infinito e che, alla fine, a qualcuno spetta giocoforza il compimento di un passo verso le posizioni dell'altro.

Iniziai il mio primo giro alla scoperta dell'Irlanda del Nord e di tutti quei posti che fino ad allora avevo sentito nominare nei telegiornali e letto nei libri: Armagh, Portadown, Belfast, Derry, Enniskyllen, eccetera, eccetera...

A Belfast arrivai un venerdì sera, al tramonto. Prima tappa, ovviamente Falls Road. Ad accompagnarmi in quell'avventura erano con me altri tre ragazzi ed assieme ci avviammo all'interno della strada più famosa di tutta la lotta repubblicana nordirlandese. Iniziammo a fotografare murales, lapidi, edifici, come dei forsennati, fin quando non arrivammo di fronte alla sade del Sinn Féin con il suo famoso murales laterale raffigurante Bobby Sands (ancora nella versione da copertina di An Phoblacht). Lì iniziammo a fare foto, in posa sugli enormi massi che ancora erano di fronte alla piccola porta in legno dipinta di verde, allo scopo di impedire il parcheggio di eventuali autobombe. Dopo pochi minuti ci ritrovammo accerchiati da un gruppo di ragazzi del luogo che, in un inglese molto marcato dall'accento irlandese ci intimarono di consegnare loro la macchina fotografica e di "andare a fare i turisti" da un'altra parte. Cercai di spiegare loro il motivo per cui eravamo li: non per fare i turisti, ma perchè volevamo conoscere da vicino i luoghi che tanto ci avevano affascinato sui libri e la questione fu presto chiarita. A dire la verità un contributo fondamentale al dirimersi della discussione arrivò dal nostro essere italiani. L'Italia è amatissima dalla gente di Falls Road in quanto terrà che ospita la Città del Vaticano e sinonimo universale di cristianità e di romanità (per lo stesso motivo i ragazzi ci sconsigliarono di andare a visitare Shankhill Road, la Falls Road unionista, poichè lì il nostro essere italiani avrebbe semmai peggiorato eventuali incomprensioni). Finimmo così tranquillamente di visitare Falls Road ed alla fine entrammo nella sede dello Sinn Féin. Li conoscemmo Patrick, uno dei responsabili giovanili del partito che ci illustrò un po' materiale (che comprammo a peso!) e ci spiegò tutto quello che volevamo sapere sulla vita a Falls Road e sulle aspettative per il futuro che arrivavano dagli accordi di pace dell'anno precedente.

Successivamente Patrick (ricontattato attraverso il sito del Sinn Féin) sarebbe diventato un mio grande amico.

Da quella volta feci passare otto anni prima di rimettere piede in Irlanda del Nord. E forse, per quanto visto, sarebbe stato meglio ne avessi fatti passare altri 20!

Il rientro a Falls Road fu traumatico. Io ricordavo i prati a bordo strada dove i bambini giocavano a pallone e ti mostravano il dito medio se solo ti azzardavi a fotografarli. Ricordavo i murales invecchiati dal tempo, ognuno dei quali raccontava una storia differente, anche se il denominatore comune era sempre quello delle lotta, del carcere, della morte per l'idea. Mi ricordavo poi la sede del Sinn Féin, la porticina a vetri in legno, dipinta di verde e quegli enormi sassi anti-bomba sul marciapiede. Trovare la sede trasformata in un "Art Gift Shop" e vedervici di fronte parcheggiato un enorme autobus a due piani, che riversava decine di turisti americani all'interno dello "store" per acquistare le cartoline di Bobby Sands e le magliette dell'IRA fu decisamente un colpo al cuore. E per un attimo mi chiesi come potevano accettare quell'insulto i cittadini di Falls Road. Magari quelle donne che avevano avuto figli incarcerati o uccisi venti o trenta anni prima. E poi i murales... Molti erano nuovi, nuovissimi. Contro Bush e per l'indipendenza palestinese, come se per ricercare una causa di lotta si dovesse ormai guardare lontano da lì. Molti erano ancora in rifacimento, ed alcuni venivano dipinti sopra ad altri, più vecchi. Non capivo come mai, mentre la vecchia sede del Sinn Féin era diventata un supermercato, mentre l'IRA si era trasformata in una marca di abbigliamento e mentre la gente di Falls Road camminava lesta, a testa bassa, senza più curarsi di tutti quegli estranei intenti a fotografare le loro case, ci fossero invece così tante persone che proseguivano nell'arte dei murales. Quasi fossero pagati per farlo... Oddio... Non potevo crederci, ma la conferma arrivò poco dopo da un volantino pubblicitario del City Sightseeing (il pullman rosso, cabriolet, ormai status symbol di tutte le principali città europee), dove si invitava a fare un tour di Belfast, che prevedeva ovviamente il passaggio da Falls Road, laddove i turisti avrebbero potuto ammirare gli abitanti di Falls Road intenti nel disegnare i celebri murales! Anche i murales erano ormai diventati un'attrazione turistica. Patrick quella volta non c'era, avrei voluto ascoltare quale giustificazione mi avrebbe potuto dare per quell'infame e prezzolato spettacolino.

La spiegazione la ebbi pochi mesi più tardi quando, dovendo andare a Birmingham per motivi di lavoro, riuscii a fare sosta un paio di giorni in Irlanda del Nord. Patrick mi spiegò che era tutto finito, che lo Sinn Féin aveva fatto una scelta e che la gente era entusiasta di sentire finalmente parlare di pace. Che i turisti alla fine sono una risorsa per l'Irlanda del Nord e che il merchandesing non deve essere visto come un avvilimento del significato di certi simboli, ma come una fonte di guadagno con la quale, il partito, riesce a sopravvivere ed anche ad aiutare le famiglie che si sono trovate, nel tempo, in difficoltà per motivi legati alla lotta repubblicana. Ed alla fine mi convinse.

Del resto, ho visto in più occasioni cosa succede in casa nostra (Predappio docet...) e, per coerenza, non mi pare il caso di andare a pontificare in casa altrui.

Eppure c'era qualcosa di strano nelle sue parole. Prima non parlava mai del Sinn Féin, ma dei "repubblicani" come a dire che tutti i repubblicani si riconoscevano nel Sinn Féin, mentre adesso non era più così? Esistevano altri soggetti politici che, fuori dal partito di Gerry Adams, rivendicavano il proprio essere interpreti delle istanze di libertà del popolo irlandese dell'Ulster?

Rividi Patrick in un'altra circostanza, due anni fa, ma purtroppo non fu quello il momento di parlare di certe cose. Mi accorsi però di una cosa: i repubblicani non erano più uniti. Il Sinn Féin era sempre più un partito ideologizzato politicamente (sempre più marxista) e sempre meno il partito del popolo irlandese.

La spiegazione non tardò ad arrivare. Per caso, come sempre accadono queste cose. Su un forum, in giro per la rete, conobbi una ragazza, irlandese, ma che per motivi personali viveva in Italia. E che, della serie quanto è piccolo il mondo, conosceva pure lo stesso Patrick che conoscevo io. Parlammo un po' del più e del meno, dell'Irlanda e di come ormai, la questione dell'indipendenza delle sei contee del nord interessi si e no 10 persone in tutta Europa... Le esposi come, secondo me, ormai a nessuno più importi realmente della causa nordirlandese e di come il Sinn Féin si sia trasformato ormai in un partito come tutti gli altri, finendo con l'anteporre una fede politica (il marxismo, appunto) alla causa dell'indipendenza delle sei contee del nord. Le dissi anche che la causa nordirlandese stava assumendo toni grotteschi, ridicoli, finendo per essere sostenuta da chi, come me, se ne stava a migliaia di chilometri di distanza, mentre i cittadini cattolici di Belfast si sono ridotti a fare murales alle ore in cui passano i pullman turistici. E conclusi facendole notare come Bobby Sands stia tristemente diventando un secondo Che Guevara: un'icona da stampare su magliette, portafogli e cartoline che fanno la fortuna di qualche mercante travestito da militante politico.

Lei mi stette a sentire, poi, in maniera pacata e per niente risentita mi spiegò che, se le parole hanno ancora un significato preciso, lo Sinn Féin non può essere più considerato un partito "repubblicano". "Repubblicano" è, politicamente parlando, quel movimento politico che vuole l'indipendenza dalla corona inglese delle sei contee che oggi formano l'Irlanda del Nord, al fine di far nascere una repubblica d'Irlanda che riunisca queste sei contee alle 32 dell'attuale Eire. Lo Sinn Féin invece ha accettato di partecipare, e tutt'ora fa parte delle aule dei parlamenti-fantoccio voluti da Londra e dagli unionisti e quindi non è un partito "repubblicano".

Mi spiegò poi che "nazionalista" è invece quel partito che ricerca l'indipendenza delle 6 Contee ancora occupate, agendo però solo nell'ambito istituzionale. Lo Sinn Féin non può essere considerato neanche nazionalista, infatti esso governa e/o ha intenzione di governare (seppure secondo la formula del "power sharing") sulle 6 Contee occupate per conto della Corona Britannica.

Lo Sinn Féin dunque, secondo questa tenace militante, era dunque un partito unionista!

La ragazza mi parlò poi del cessate il fuoco e dello scioglimento dell'IRA disposto da Gerry Adams e dal Sinn Féin, quando però ormai, appare lampante a chiunque abbia sotto controllo un minimo della situazione nordirlandese, questi non controllano assolutamente più il braccio armato della lotta repubblicana. Ecco quindi che dall'IRA disciolta per volere del Sinn Féin è nata la Real IRA, una struttura paramilitare, ricalcante le forme organizzative ed operative dell'IRA, ma per niente decisa ad abbandonare la lotta.

Mi parlò poi di un movimento politico, il 32 County Sovereign Movement, guidato da Marcella Sands, la sorella di Bobby, che ha fatto della denuncia del coinvolgimento del Sinn Féin negli affari di stato britannici la propria bandiera. E per un Sinn Féin sempre più politicizzato e schierato a sinistra, per un Sinn Féin sempre più in combutta con gli organi di stato fedeli alla corona, per un Sinn Féin sempre più piegato alla logica degli accordi di Stormont, esiste un movimento, quello della Sands intenzionato a dimostrare come in Irlanda del Nord esista ancora la voglia di libertà insita nel popolo.

E questa sarà la sfida più grande lanciata da questo movimento: non tanto avviare uno scontro politico con lo Sinn Féin o con altri soggetti più o meno rappresentativi delle istanze repubblicane, quanto testimoniare a tutta Europa ed a tutto il mondo che non esiste ancora una ferita da rimarginare nel cuore del nostro continente. Che esiste ancora un lembo di terra occupato dalla milizia straniera, in cui quotidianamente vanno in scena discriminazioni e violenze a danno della componente cattolica del paese. E soprattutto che, come dal 1997 ad oggi ci sta piano piano raccontando lo Sinn Féin, non esiste alcun processo di pace che accontenti veramente i cittadini cattolici nordirlandesi per i quali, un futuro da pittori di murales prezzolati dalle agenzie turistiche britanniche non è certo il primo dei desideri!

In Irlanda del nord c'è ancora una parte di popolazione che non si è arresa. Che non ha chinato la testa. E che sarà pronta a parlare di pace solo quando questa parola, "pace", non sarà più sinonimo di sottomissione e di resa.

Al fianco del popolo irlandese ancora in lotta, nel cuore dell'Europa, contro imperialismo, colonizzazione, discriminazione, apartheid e negazione dei diritti fondamentali dell'uomo. Tiochfaidh Ar Là!




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7 giugno 2008

Tutti fascisti: giustizieri di borgata, Mao, Lenin, Stalin

Forse bastava dire che aveva bevuto un bicchiere di troppo, ma ecco una risposta ragionata all'intervista dello storico Canfora sui fatti del Pigneto di qualche giorno fa

da IlGiornale.it

Questa storia di quello che è di sinistra, ma siccome è violento allora è «un fascista che si ignora», fa un po’ ridere e però fa anche riflettere. È la sorte che attende quelli che trasformano il loro credere ideologico nello stereotipo che più li appaga, e caricano il credo avverso di una negatività senza rimedio. Contenti loro, viene da dire… Certo è che si accontentano di poco.
Intervistato dal Corriere della sera, il professor Luciano Canfora, di cui comunque noi restiamo allievi deferenti qualsiasi cosa dica, afferma che «chi usa spranghe per farsi giustizia è politicamente un violento e il suo cuore batte sicuramente a destra, nonostante dichiari il contrario». La tesi è bislacca e Canfora, quando avrà smaltito il fastidio del dover esternare fra un papiro di Artemidoro e una tiella di patate riso e cozze converrà con noi. Da quando la violenza è tout court di destra? C’è una scala di valori per cui se si usa la spranga ci si situa in un certo ambito e se si spara alla nuca come ai tempi della Lubianka in un altro? La Rivoluzione francese, nelle figure di Marat, Saint-Just, Robespierre, è bassa macelleria che ignora la sua anima destrorsa, oppure ci si deve rassegnare all’idea che quando si mette di mezzo la passione politica persone per bene, intelligenti, di solito ragionevoli, perdono la testa? Senza bi sogno di ghigliottina, oltretutto.
C’è anche chi, in maniera più o meno corriva, nei giorni scorsi ha stabilito l’equazione, se non altro storicamente più limitata, che equipara il fascismo alla violenza in quanto tale, e anche qui bisogna mettersi d’accordo. Il fascismo, si sa, è una creazione, anche lessicale, del Novecento. Ora, nei milleottocento anni dopo Cristo che all’incirca ci separano da questa realtà storica, politica, ideologica, e senza voler parlare dell’epoca pre-cristiana, che poi vuol dire Roma, Atene, gli imperi, il concetto di demos, come saranno riusciti quei poveri disgraziati di pensatori, filosofi, politici, storici, a raccontare il loro tempo senza dare all’avversario di turno l’epiteto prêt-à-porter, senza il quale noi invece non riusciamo a pensare?
 Come si definiva, insomma un violento, uno che faceva un uso, passionale e/o scientifico, della forza, in un’ epoca in cui il fascismo era ancora in mente Dei? E se ogni atto violento è, propter hoc, da noi contemporanei derubricato con sdegno, e quindi, per tornare ai tempi nostri, è fascista Mao, come lo era Lenin, e naturalmente Stalin, non sarebbe ora di tornare a ragionare in termini di dottrine politiche e lasciare stare queste chiacchiere da bar, nel migliore dei casi, da ahimè prestigiose cattedre universitarie e direzioni di giornali nei peggiori? Va da sé che la violenza come levatrice della storia è farina di Marx, è pane quotidiano di Croce, fascisti anche loro, magari fascisti per caso…
Al di là di queste stupidaggini, che fanno il paio con chi all’università di Roma, in nome della libertà di pensiero e della democrazia giudica un affronto, da respingere con democratica, naturalmente, violenza, chi pensandola in modo diverso voglia perciò esprimere la propria opinione, nella vicenda romana del P igneto c’è un elemento che chi a sinistra ancora crede che destra e sinistra abbiano un senso, dovrebbe valutare con attenzione. Questo elemento non riguarda tanto il fatto che il protagonista del raid assurto agli onori delle cronache si consideri, appunto, di sinistra mentre gli intellettuali della sua parte lo ricacciano fra gli appestati della destra, quanto nel fatto che delinquenza, racket, prostituzione, violenza metropolitana, immigrazione non controllata, paura, raccontano una realtà nella quale la dicotomia di un passato puramente ideologico non basta più. Da vent’anni almeno a questa parte, c’è in Occidente un travaso elettorale di voti che vede i ceti più deboli, operai, artigiani, piccola borghesia, passare da quelli che erano un tempo i tradizionali partiti di massa socialisti e comunisti che li rappresentavano, a formazioni, vecchie e nuove, che di sinistra non sono, ma che sul loro fatto di essere ipso facto di destra occorrerebbe interrogarsi. Qualsiasi realtà populista in Europa, la Lega è da noi una di queste, racconta uno spostamento progressivo del consenso in cui è la politica quotidiana, ovvero la vita, a gestire le scelte.
Chiusa nella sua torre d’avorio intellettuale fatta, non sempre, di buoni libri e di buon gusto, di certo di un tenore di vita che le permette di non sapere che cosa sia una periferia, un campo nomadi, un lavoro precario, la paura di perdere il posto, la sinistra italiana continua pervicacemente a ritrarre un Paese che non esiste più, scollegato dalla realtà. Avrebbe forse, un senso, se si trattasse di una sorta di aristocrazia dei migliori, anche se, francamente, fa ridere l’idea di una forza popolare e di massa che si riscopre antidemocratica, reazionaria, anti-egualitaria, ma sta di fatto che non è nemmeno così e più semplicemente siamo all’eutanasia di un pensiero. Ciò che rimane è, purtroppo, lo stereotipo. E per chi proviene da una filosofia che il mondo sognava di cambiarlo, è troppo poco.




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2 maggio 2008

La fine di una storia...

...e si spera l'inizio fecondo di un'altra. La Destra italiana con la vittoria di Roma e la presidenza della Camera torna ad essere definitivamente un dato ineliminabile della politica istituzionale di questo paese. Con buona pace di chi voleva eliminarla, anche fisicamente.


 da l'Occidentale
 
 Prima Roma, poi la Camera: il ritorno degli esuli in patria

Ci sono momenti in cui la storia si incarica di intrecciare i binari della trama in un gomitolo di simboli. E la storia politica italiana non si è sottratta, negli ultimi giorni, a questo imprevedibile esercizio alchemico. Chi mai avrebbe potuto pensare che, nello stesso giorno in cui Gianfranco Fini si fosse insediato come terza carica dello Stato alla presidenza della Camera dei deputati, Gianni Alemanno avrebbe fatto lo stesso in Campidoglio? Pochi, pochissimi, forse nessuno. Proviamo a guardare nella loro ravvicinata sequenza questi due eventi, dall’enorme peso politico e – passatemelo – iconografico, dal punto di vista della destra italiana e della sua storia tormentata.

Persino Pietrangelo Buttafuoco, prendendo congedo da questa storia, ha voluto idealmente rendere omaggio ai protagonisti dell’oggi con un pezzo sul Foglio perché, quando certe cose accadono, non ci si può sottrarre da un confronto, anche doloroso, anche corpo a corpo, con la forza dirompente delle storie che diventano Storia grazie a ciò che Alain Badiou chiama gli “eventi”.

È un’astuzia del destino, più che della ragione, che Gianfranco Fini si presenti davanti alla Camera che si accinge a governare, con un discorso volutamente sobrio e aperto al dialogo. Chi ha sofferto l’emarginazione, e porta – di solito con grande riserbo – le ferite di generazioni passate, non può che essere naturalmente portato a gettare ponti verso l’avversario, non a bruciarli. Si discuterà molto del riconoscimento del 25 aprile come festa di tutti gli italiani, certo, e non sempre il registro delle analisi sarà quello giusto, epperò Fini l’ha dovuto fare, ha dovuto e voluto dimostrare che il processo di ricostituzione di un minimo (minimo ma reale) comun denominatore della nostra memoria storica nazionale è un cammino che procede per addizioni e non per cumuli di fratture.

L’hanno detto in tanti ma conviene ripeterlo, perché così è: l’arrivo di Fini al picco istituzionale di Montecitorio è un atto, coagulato nel potere dell’istante, che riconsegna nella sua pienezza la storia della destra italiana alla storia della democrazia italiana. Gli esuli in patria, termine abusato epperò utile in questo ragionamento, hanno finito di girovagare alla ricerca di un posto nel filo narrativo su cui si snoda la nostra identità nazionale. Senza bisogno che qualcuno chiedesse altri strappi, altre rimozioni, altri gesti dolorosi e inutili. Il primo Presidente di destra della Camera dei deputati chiude i giochi del Novecento e ne apre altri, nella repubblica bipolare e forse tra un po’ bipartitica. E proviamo a sommare l’evento della mattinata di ieri, dal forte contenuto pubblico ma dall’immensa valenza per la storia della destra italiana, con quello del pomeriggio, la consegna simbolica ad Alemanno delle chiavi del Comune di Roma. Non è esagerato affermare che, per l’imprevedibilità, la repentinità e la carica iconica dell’evento, la vittoria romana del 2008 è paragonabile solo alla vittoria berlusconiana del 1994. Non è esagerato, viste le conseguenze che questo ha generato tanto nel centrosinistra (lo sgomento per una sconfitta inattesa e terribile, la crisi delle radici di potere della leadership veltroniana, lo scacco del Partito Democratico) quanto nel centrodestra (la definizione di un asse Roma-Milano di una possibile “modernizzazione da destra”, il riequilibro dei rapporti di forza con la Lega, la liberazione del centrodestra romano dal peso di un’egemonia divenuta insopportabile), affermare che Gianni Alemanno, il candidato partito tra i pernacchi degli alleati e finito a urlare slogan di pacificazione a una folla ubriaca di gioia, è già entrato nella storia politica italiana. Se saprà restarci, non solo come una meteora gravida di promesse e avida di risultati, non lo possiamo sapere. Sta a lui dimostrare che il primo sindaco della Capitale non (solo) di destra, ma che viene da destra, non è una parentesi anomala, un intoppo, uno scherzo momentaneo delle bizze del fato, ma una scommessa che può mettere radici anche in una Roma che pareva troppo impigrita dalla convivenza con l’alleanza di potere rutellian-veltroniana per poter pensare, anche solo un istante, a cambiare in una corsa pazza il suo cavallo più rappresentativo. Solo un anno fa, qualcuno, anzi più di qualcuno, si divertiva a scrivere, e a commentare, e a comunicare, e a decidere che la destra italiana era solo un cumulo di macerie, un caravanserraglio di ex camerati gettati come carne da cannone nella furia balistica di  una storia dove erano destinati a ingrigirsi nel ruolo di comparse. Troppi hanno scritto così, qualcuno ha fatto anche piccola e triste fortuna con qualche libello dedicato all’argomento, eppure gli stessi signorotti delle profezie arrugginite dovrebbero fermarsi, solo un attimo, e pensare dove hanno sbagliato. E poi leggeremo di Giorgio Almirante, e di Fiuggi, e della storia del Msi, e del dialogo a volte fecondo a volte no tra la destra e le istituzioni, e leggeremo dei giornalisti a caccia di qualche ricordo inedito per infiocchettare con luccicanti gossip la calendarizzazione del momento. Noi ci accontentiamo di essere cronisti di qualcosa che stava già scritto, da qualche parte, quando un gruppetto di semiclandestini decide di fondare il Msi. E questo basta, per oggi.  

 




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16 aprile 2008

Elezioni 2008 - Cucù cucù il comunista non c'è più!

 Finalmente il parlamento è libero dai dispensatori dell'odio ideologico, e dai nani (disobbedienti) e dalle ballerine di cui i nostalgici del regime sovietico si erano circondati...


oliviero diliberto - fuori


paolo cento - fuori


armando cossutta - fuori


gli ultimi arrivati nel circo, la soubrette e il disadattato - fuori

...ne perde la democrazia, non è rappresentata una parte importante del paese...

OLè!


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7 aprile 2008

Serve un ordine nuovo

Non sarà un genio, non sarà il massimo della simpatia, non sarà un condottiero, ma attualmente Tremonti è l'unico che espone un pensiero se non originale perlomeno scomodo rispetto ai grandi interessi della finanza internazionale...

segnalato da
Noreporter




da corriere.it

Il caos sui mercati finanziari e nel commercio è globale. Per questo serve un nuovo ordine, basato su regole e magari su una nuova Bretton Woods. Giulio Tremonti, in videochat con i lettori del Corriere.it, torna a ribadire le tesi esposte nel suo libro La paura e la speranza. A sintetizzare il pensiero dell'ex ministro dell'Economia dei governi Berlusconi (l'unico ad avere già il posto assicurato in caso di vittoria del Pdl), basta una frase: “Il mercato fin dove è possibile, il governo quando è necessario”. Ma concretamente, chiede un lettore, cosa farà per combattere questo eccesso di "mercatismo"? “Per rispondere cito un esempio. Quando facevo il ministro, in una riunione del G7 mi rifiutai di firmare un documento che citava la formula "free trade" (libero commercio) preferendo la formula "fair trade" (commercio corretto). Alla fine venne scelto un compromesso: "rules based trade", commercio basato su regole. Se tornassi, chiederei di ripristinare quella formula”. Tremonti rifiuta però l'etichetta di "protezionista": “Prima di tutto il protezionismo nazionale in Europa è vietato. Ma si potrebbe fare come l'America. Se c'è un prodotto penalizzato da dumping, concorrenza asimmetrica o sleale, hai il diritto di intervenire. Ne ho parlato spesso con la Bonino. Lei ha chiesto i dazi per i compressori d'aria: ecco, per me ha fatto bene, anche se lei poi si dichiara contro i dazi. Con una precisazione: non è che con i dazi risolvi tutto, ma almeno ti permettono di guadagnare un po' di tempo per affrontare il problema”.

EURO - A proposito della questione prezzi, Tremonti ricorda un suo vecchio cavallo di battaglia: l'euro di carta. “Il passaggio alla moneta unica ha distrutto un elemento fondamentale: la capacità di calcolo della popolazione. La nostra proposta era quella di prevedere, per alcuni anni, una doppia circolazione: l'euro andava bene per i bilanci degli Stati e delle grandi società, ma per comprare una pizza o un paio di jeans bisognava continuare a pagare in lire”.
ARRABBIATO - Qualcuno gli fa notare che appare sempre un po' arrabbiato. “E' che ho fatto il ministro dell'Economia in un periodo molto difficile: gestire il terzo debito del mondo senza essere la terza economia del mondo, e per di più in recessione, ti prova nella psiche e nel fisico...” “Certo - aggiunge il vicepresidente di Forza Italia - è più facile fare il ministro quando le cose vanno bene. Quando però fai il ministro in un periodo difficile, passato questo puoi dire: 'Ho fatto anche delle cose giuste'”.




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7 aprile 2008

Meno male che Daniela c'è!

Finalmente i grandissimi camerati de la Destra, i duri e puri di epurator Storace, quelli che non hanno mai tradito, fedeli nei secoli all'Idea, al Duce e al Fascismo, hanno trovato chi li rappresenta degnamente!

                                               


DANIELA SANTANCHE’ VENERDI' 4 APRILE ORE 22.04 RAI 2: “La nostra destra non ha nostalgie, non viviamo di ricordi, la politica si fà pensando al futuro” “FASCISTA è un marchio infamante” “Sono stufa , il fascismo è stato un periodo della storia, è stato il capitolo della tragedia” “i picchiatori fascisti sono del P.D.L.”

da un picchiatore...

                                                        A NOI!


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20 marzo 2008

La giovane precaria...pariolina e raccomandata?!?

Da Dagospia 

..ecco chi è la 'povera' giovane precaria che san uolter ha candidato alla camera dei deputati per rappresentare le istanze dei suoi colleghi che navigano nelle difficoltà derivanti dall'impossibilità di emanciparsi, vivendo per anni sottopagati nel precariato della ricerca universitaria...loro...

1 - SVEGLIA E AMICA DEI POTENTI

Maria Corbi per La Stampa

Segni particolari: sponsorizzata tre volte. Per sua stessa ammissione la neocapolista nel Lazio per Veltroni, Marianna Madia, classe 1980, romana, deve dire grazie a chi l´ha portata fino a qui, a iniziare dal «maestro di vita», come lo definisce lei stessa, Giovanni Minoli, per continuare con Enrico Letta («che ad una ragazzina non ancora laureata ha dato la possibilità di entrare all´Arel», il Centro studi economici promosso dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio). E ovviamente a Walter Veltroni a cui è bastato un colloquio dopo la segnalazione degli altri due padrini per decidere che quella sarebbe stata la sua Marianna.


In tribuna vip all'Olimpico

La ragazza, capello con boccoli biondi, aria da pariolina ricevuta in dote dalla famiglia di noti avvocati della capitale (suo zio Titta Madia difende Clemente Mastella), amicizie giuste come quella con Albertina Carraro, ringrazia e spiega i punti fondamentali del suo programma: «Io penso che sia urgente ritrovare il tempo delle idee e dell'amore». Un po' preoccupata - «Sento il peso della responsabilità che mi attende; spero non mi sovrasterà» - ma felice.

E mentre Marianna si gode i suoi giorni di gloria incoronata non solo candidata e capolista ma anche «economista», come l´ha presentata Veltroni (laurea in scienze politiche con lode nel 2004), la base del partito democratico, i ragazzi che hanno lavorato alle primarie e che da anni si impegnano in politica, nelle federazioni, e che aspettavano l´occasione da sempre, sospendono il giudizio. Silenzio che condividono con le donne del Pd.

Sarà perché non conoscono la nuova collega, sarà per dissenso, sarà per non creare occasioni di polemica, o per stupore. L´unica a parlare per spezzare questo silenzio imbarazzato è Franca Chiaromonte: «La candidatura come capolista, dietro Walter Veltroni, di Marianna Madia mi convince come donna e come democratica. E le parole di Marianna mi convincono ancor più che la strada del rinnovamento è davvero iniziata».

E mentre nel partito la nuova Marianna altera umori e fa discutere, sul web corre un passaparola di rassegnata critica. E di informazioni biografiche sull´astro nascente del Pd. A iniziare dal padre, Stefano Madia, amicizie di destra negli Anni 70, attore prima (un premio a Cannes per «Caro papà») e consigliere comunale con una lista civica per Veltroni fino alla sua morte nel 2004.

Vita privata scandagliata senza pietà anche per il fidanzamento con il figlio del presidente della Repubblica Napolitano, Giulio, che dopo anni di corteggiamento, riuscì a farla capitolare in tempo per andare alla festa del 2 Giugno al Quirinale. Amore sfumato presto, e dimenticato con il lavoro all´Arel e a organizzare il pensatoio «Vedrò» per Enrico Letta, prima, e poi alla televisione con Giovanni Minoli che le ha affidato un programma sui temi ambientali, ECubo, quattro puntate a tarda notte. 

Sul sito degli studenti della Bicocca impazzano i commenti. Sulla sua ascesa professionale iniziata quando non era laureata, con il posto all´Arel: «C'è gente che nemmeno da laureata trova posti simili». Sul suo curriculum: «È fortunata... è stata scelta tra 1000 altre ragazze, non fosse che sia la figlia di Stefano Madia, sia la ex del figlio di Giorgio Napolitano». Sulla sua qualifica professionale: «Ed è proprio grazie a questa non meglio precisata collaborazione con l´Arel che i media potranno presentarla come 'giovane economista'». E sulla sua promessa: «Porterò la mia inesperienza in Parlamento».



da Corriere.it

2 - LETTERA: "LA MADIA SAREBBE OTTIMA PER UN GOVERNO A GUIDA MONTEZEMOLO PIÙ CHE VELTRONI" 

Riceviamo e pubblichiamo:


Caro Dago,
sono un elettore del PD, sconcertato dalla candidatura della Marianna Madia. Al riguardo ti segnalo che al sito http://www.imtlucca.it/whos_at_imt/personal_page.php?n=Maria+Anna+Madia&p=348 è possibile trovare un suo 'conference paper' del luglio 2007 dove la signorina parla della deregolamentazione del mercato del lavoro. Secondo la Madia:

'I risultati della flessibilità interna (.il lavoro part-time può essere usato per migliorare le preferenze di ore lavorate e per aumentare la fedeltà.) indicano che ad una maggiore percentuale di lavoratori part-time è associata una migliore capacità di innovazione. Questo effetto è più forte per le imprese che operano nei settori high-tech.

Dall'altro lato, la flessibilità esterna (utile per l'adattamento quantitativo del lavoro ai requisiti dell'impresa mediante il facile ricorso al o a contratti temporanei...) per le imprese nei settori high-tech, un maggiore turnover influenza negativamente sia la probabilità di introdurre innovazione di prodotto o di processo sia la percentuale di nuovi prodotti nelle vendite totali. (.) contratti di lavoro come il lavoro interinale o i contratti temporanei influenzano positivamente il grado di innovazione dell'impresa, anche se solo per le imprese in settori low-tech.

Per le imprese in settori high-tech, un grado maggiore di flessibilità esterna influenza negativamente la capacità dell'impresa di innovare. In ogni caso, questi risultati suggeriscono che c'è un ottimo di flessibilità, dietro il quale la flessibilità del lavoro dell'impresa può negativamente influenzare la capacità di un'impresa di innovare e, quindi, di sopravvivere e svilupparsi.'

Per la capolista del PD a Roma, dunque, la ricetta è W il precariato. Se poi è nel settore manufatturiero, ancora meglio perché aumentiamo la competitività.

D'accordo che il PD non si presenta con la Sinistra Arcobaleno, ma questo peccato di gioventù è del Luglio 2007. La Madia sarebbe ottima per un Governo a guida Montezemolo più che Veltroni.

La flessibilità del lavoro è un argomento di riforme strutturali importante. Ma, almeno in campagna elettorale, con una capolista così, meglio che Veltroni non parli più di lotta al precariato...


Alberto 68




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9 marzo 2008

Parola data...

Ecco finalmente una persona della quale fidarsi!!


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9 marzo 2008

"Fini, rialzati" vs. "Un'Italia peggiore, yes we can"

da SferaPubblica

  Proviamo ad analizzare gli slogan della campagna elettorale in corso, cercando di usare lo stesso metodo di giudizio per ciascun candidato. Avvisando in anticipo che molti capi non ci sono più a causa dei saldi, oramai alla fine.

Partiamo dall’Udc. Casini dopo aver rifiutato un ingaggio miliardario per la prossima campagna pubblicitaria del Martini, ha deciso di correre da solo. Tuttavia rimane un mistero se l’uomo immortalato sui manifesti sia lui o George Clooney.
Pochi dubbi invece sui manifesti de La Destra. Storace per mostrarsi sensibile alla questione dei gay, ha fatto immortalare direttamente un travestito con lo sguardo perso nel vuoto. “Fini, Rialzati” è lo slogan che accompagna la campagna elettorale del Pdl. Berlusconi e Bossi dopo aver valutato lo stato d’animo del leader di An, hanno deciso che l’Italia può aspettare. Intanto la Brambilla lancia la Calza della Libertà. “Gambe libere, in un Paese libero”, recita lo slogan.
“No” sarà il messaggio dei Verdi, il leader Pecoraro Scanio, si appresta a diventare niente. Bertinotti ha chiarito cosa intendeva con quell’ “io voglio”: “gli occhiali marroni”. I nuovi occhiali del presidente della Camera, infatti, prenderanno il posto della falce e del Martello a simboleggiare la Sinistra-Arcobaleno.
Difficile approfondire la campagna di Mastella. Unica obiezione, i necrologi sembrerebbero troppo piccoli da poter attirare lo sguardo dei passanti. Inoltre, il numero delle parentele che ne annunciano l’addio ci sembra sproporzionato.
Un’Italia peggiore? Sì può fare. Così Veltroni, tra lo stupore di tutti, ha esordito dal palco di Bologna. Pare che a pranzo sia stato a casa di Guccini e Vasco Rossi. Veltroni, nella stessa occasione ha annunciato che il nuovo presidente del Pd, sarà Sofia Loren. Prodi dovrebbe essere il protagonista per un film da presentare alla prossima festa del Cinema. Sempre che Rutelli non voglia fare l’attore-regista.


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3 febbraio 2008

"Cdl, qui lo dico e qui lo nego"

Torna da Sferapubblica , la satira politica del buon Leopoldo...

 Sono giorni di crisi per il Parlamento italiano. Con la caduta del governo Prodi sono successe tante di quelle cose che solo un sito attento come il nostro può provare a far luce su alcuni temi, sin qui poco chiari. Pertanto ci avvarremo delle dichiarazioni dei più importanti leader della ex Cdl, poi diventata Pdl per volere del capo e ora di nuovo Cdl per volere dei capricci mastelliani e diniani. Diamo quindi la parola a loro e buon divertimento.

Gianfranco Fini. «Alleanza Nazionale non farà parte del Pdl o come si chiama lui. Trovo il modo in cui è stato lanciato il nuovo partito plebiscitario e confuso». Così il leader di An il giorno dopo in cui Berlusconi passeggiando con la macchina per le vie di Milano, annunciava il nuovo partito. Fini, avvalendosi di qualsiasi mezzo di comunicazione, annunciava: «La favola della CdL è finita. An porterà avanti le sue battaglie da sola”. Ed a Berlusconi diceva: “Vuole l’accordo con Veltroni? Bene. Nel centrodestra il leader non è più lui». Ecco finalmente l’ottimo Gianfranco si smarca da Berlusconi e mostra tutto il suo valore politico e la voglia di rivalsa che ha nel suo animo. Con la caduta del governo Prodi, Fini passa dall’essere ottimo al quasi mediocre. «La Cdl vuole le elezioni subito per il bene del Paese. È ovvio che il premier sarà Berlusconi». Per la serie “c’hai creduto faccia di velluto”.

Pier Ferdinando Casini. Il leader dell’Udc è “persona seria” come lui spesso ha ricordato. Ha le idee chiare e l’unica cosa che desidera è il bene del Paese. Lo ha detto pure lunedì scorso al presidente della Repubblica. «L’Udc vuole un “governo di pacificazione”». Casini nonostante il rischio di cadere nel ripetitivo insiste: «Chiediamo la costruzione di un governo tecnico tra la gente più responsabile di centrodestra e quella di centrosinistra». Nemmeno 22 ore dopo da Gerusalemme, afferma: «Credo che a nessuno servano né governicchi né pasticci». Ma come, visto il posto dove si trovava non avrebbe dovuto far altro che continuare a parlare di pace ed invece ecco il Pier Ferdinando che non ti aspetti. Poi al colloquio da Marini la pace si trasforma addirittura in cancro. «L’Udc non intende formare un governo insieme alle forze di sinistra. Non siamo disponibili in alcuna forma a sostenere un governo con forze di centrosinistra. Il trasformismo è il cancro della democrazia italiana». Chapeau.

Silvio Berlusconi. Dichiarazione di Silvio: «Sarebbero milioni e milioni gli italiani che si riverseranno a Roma se non ottenessimo di andare al più presto al voto». Dichiarazione di Berlusconi: «Questa è stata una delle più grosse vergogne da parte di certi mezzi di stampa. Io ho detto, anche noi siamo raggiunti da una serie di richieste per una manifestazione, ma abbiamo assolutamente rinunciato a questo. Quindi disinformazione vergognosa». Standing ovation.




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3 febbraio 2008

E' rossa la neve del Cermis...




da Ansa.it

Esattamente un decennio fa, il 3 febbraio 1998, un aereo militare Usa tranciò i cavi della funivia di Cavalese, nel Trentino, volando a bassissima quota e provocando la morte di 20 persone. Ancora oggi il Comitato 3 Febbraio, formato da cittadini della zona, chiede che sia fatta giustizia e che il processo ai piloti del 'Prowler' Usa responsabile della strage, svoltosi negli Stati Uniti, sia celebrato in Italia. Il pilota dell'aereo, il capitano Richard Ashby, venne condannato da una corte marziale americana a sei mesi di carcere (per avere distrutto un video del volo) e all'espulsione dai marines, senza pensione. Il co-pilota Joseph Schweitzer, che ammise di avere bruciato il nastro che li avrebbe incriminati, se la cavò con la radiazione, evitando il carcere. Gli altri due marine a bordo del Prowler, William Rainey e Chandler Seagraves, vennero giudicati non colpevoli perché non erano ai comandi. Ma la ferita è tuttora aperta negli Usa dove i due piloti Ashby e Schweitzer sono ancora impegnati in battaglie legali con le autorità militari per ottenere, in appello, accesso ai privilegi amministrativi perduti con la radiazione dai marine decisa a suo tempo dalla corte marziale di Camp Lejeune. La conclusione della vicenda sembra avere lasciato tutti insoddisfatti. Gli attivisti del comitato '3 Febbraio' hanno sempre criticato la sentenza della giustizia militare Usa giudicata troppo generosa nei confronti dei piloti responsabili della morte di 20 persone. "Il processo doveva svolgersi in Italia non negli Stati Uniti - ha ribadito in una recente intervista Werner Pichler, presidente del comitato - il pilota dell'aereo è stato condannato ad una pena minima, non per avere abbattuto la funivia ma per avere distrutto la cassetta con la registrazione del volo". "Noi chiediamo che il caso sia riaperto perché la strage non è stata colpa solo del pilota ma anche di chi sapeva che si effettuavano voli a bassa quota, sia americani che italiani, e non ha fatto nulla per impedirli", ha affermato Pichler. Nel marzo del 1999 il Senato Usa approvò un risarcimento di due milioni di dollari per ogni famiglia delle 20 vittime del Cermis. La mitezza della sentenza provocò comunque la rabbia dei familiari delle vittime: il pilota Ashby trascorse solo quattro mesi in carcere (per buona condotta) mentre il co-pilota Schweitzer non passò neppure un giorno in carcere. 


L'allora governo D'Alema scambiò la giustizia per la morte di 20 persone sul suolo italiano, con il ritorno in Italia della terrorista rossa baraldini. A dieci anni di distanza quei due delitti, quello commesso dai piloti americani, ed il secondo commesso dai nostri governanti 'proni' agli usa, reclamano ancora giustizia.




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27 gennaio 2008

Avanti il prossimo

 Se ne va un governo di incapaci ed irresponsabili, ma c’è da essere contenti?

                                         



Chi se lo ricordava più questo manifesto, esposto durante il governo Berlusconi in formato 6 X 3 nelle principali città italiane?

Eppure è il modo migliore per parlare della caduta del secondo, e si spera ultimo, governo prodi. Una coalizione che aspirava ad essere forza di governo che fa campagna elettorale in modo così spudorato sui problemi del proprio popolo non può che meritare disprezzo per la propria irresponsabilità.

E le attese non sono state affatto tradite. Il governo formato a seguito delle elezioni dell’aprile 2006 non ha tardato a dimostrarsi oltre che irresponsabile, incapace, tanto da non produrre nulla di buono per il Paese. Anzi. Ora se qualcuno oggi si dimostrasse irresponsabile come i sinistri, potrebbe oggi proporre un nuovo manifesto per le famiglie italiane, ponendo una domanda leggermente variata rispetto a 2 anni fa: “Arrivi alla terza settimana del mese?”.

Ma non è rincorrendo gli slogan che si fa politica, la politica vera, quella che ha alla base una idea, e ne persegue la realizzazione.

Perché l’Italia è un paese che ha bisogno di una idea, di una idea di futuro, mentre da destra a sinistra spesso si assiste solamente alla lotta affannosa per mantenere in vita questo presente; un presente che per alcuni è vivere anche bene, all’ombra delle ultime palme del sistema. Ma che per la stragrande parte del popolo vuol dire deterioramento delle proprie condizioni di vita, economiche e umane.

Perché quando si perde la speranza nel futuro, e ci si trova costretti a vivacchiare, a fare lo slalom tra mutui e rate, il futuro, che è domani, lo si subisce.

Una situazione che gli irresponsabili, al governo o meno, fanno finta di non vedere, nella speranza che anche questa volta riusciranno a ‘svangarla’, esattamente come dopo tangentopoli. E così discutono di legge elettorale, di strane alchimie per cui non si capisce bene come la pensa l’udc, che poi la pensa come il pcdi, che poi però cambia idea e si sposta; insomma tutti se la prendono con mastella, ma molti non sono da meno.

L’Italia non ha bisogno di una nuova legge elettorale. Il popolo, la gente, ha bisogno di ascoltare idee, di sentir parlare anche di sacrifici, purché votati ad un futuro migliore, soprattutto per le giovani generazioni. L’Italia ha bisogno di qualcuno che sia in grado di ridare speranza, con la politica, attraverso la politica, ma non per la politica, bensì per gli italiani stessi.

Qualche candidato a riguardo?




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8 gennaio 2008

Un bilancio delle festività appena trascorse

 Da SferaPubblica

       
    Terminati o quasi i festeggiamenti natalizi si cerca di fare il punto della situazione. A Milano i bambini sono rimasti senza regalo. Babbo Natale con la storia dell’Eco Pass non c’ha capito una mazza ed ha proseguito per Pavia. Contesto ben più complesso a Napoli, dove si è passati dalla “Bomba di Maradona” al “Pannolino di Somma Vesuviana”. Quantità di merda esplosa su l’intero hinterland napoletano hanno colorato l’atmosfera natalizia. Intanto l’amministrazione comunale lancia la nuova campagna turistica: “Tutto intorno a te” con una valanga di “mondezza” che giganteggia il manifesto di 20 metri per 20. A Lecce si preparano a festeggiare il Natale per il prossimo 25 di Febbraio. Si attendono i pendolari ancora in giro per i binari.

    Giorni allegri anche tra le mura del Partito democratico. Dario Franceschini alla trentacinquesima bottiglia di champagne ha individuato il modello elettorale che va bene per l’Italia, dopo aver vomitato su tutti gli altri. Veltroni, che di Franceschini è il segretario, non può pronunciarsi. Deve restare fermo per due turni in prigione. Segno che la politica a volte deve fare i conti pure con i dadi del Monopoli. 

    Fin troppo chiaro il messaggio di Prodi che dalle Dolomiti, dove si trova in esilio ha riferito: “Io non voglio sapere un cazzo!”. La Melandri, impegnata nello shopping natalizio dal Natale 2001 è preoccupata per la sua casa in Kenya. Avvisata di quanto sta succedendo in Africa, è convinta che Bono potrebbe fare di più per il continente Nero. Intanto la Binetti per mostrarsi più umana pure a se stessa, girerà con una scopa tra le gambe a consegnare caramelle ai bambini cattolici, cenere e carbone a quelli laici. I fanciulli che sembrano aver avvertito il pericolo, hanno deciso di rinunciare all’Epifania. Povera lei.



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